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15 luglio 2006

Farmacista & cittadino
Inneggiare alle liberalizzazioni può costare lettori, il caso del Sole

Tratto da “Il Foglio”, di sabato 15 luglio 2006, pagina 3

(L’articolo, riportato integralmente, è un po’ lungo. Non è firmato, come tradizione del quotidiano. Le mie considerazioni sono in fondo)

Inneggiare alle liberalizzazioni può costare lettori, il caso del Sole

«Roma. Quarantamila tassisti agitati e pronti allo sciopero il 25 luglio, sessantamila farmacisti che hanno organizzato una serrata per il 19, quattromilacinquecento notai che sin dalla primavera hanno tentato una campagna mediatica fatta di costose pagine pubblicitarie per difendersi preventivamente dall’attacco comunista sul regime d’acquisto dei motorini usati, e centoventimila avvocati che hanno indetto una protesta di dodici giorni. Titolo del Corriere della Sera di ieri: “Liberalizzazioni, gli avvocati processano Ichino: proposto un ricorso all’Ordine con la richiesta di provvedimenti disciplinari”. Il caso degli avvocati è molto interessante, per l’eco che sta provocando su alcuni grandi giornali. Che cosa sta succedendo infatti al Sole 24 Ore, nei quotidiani finanziari del gruppo Class, sulla vicenda dello sciopero degli avvocati contro il decreto Bersani? Accade che nelle redazioni si siano accorti che le corporazioni hanno un peso, comprano gli spazi pubblicitari e decine di migliaia di copie (in abbonamento). Così se qualcuno scrive che, sì, in effetti gli avvocati e pure i tassisti godono dei vantaggi del sistema corporativo, immediatamente le categorie reagiscono. Era accaduto ai primi di luglio al Sole 24 Ore, dove un articolo di uno degli editorialisti di punta del giornale, Franco Locatelli, entusiasta del decreto Bersani, lodava l’azione del ministro. Un paio di giorni dopo, ecco arrivare il cambio (parziale) di rotta, con un editoriale del direttore De Bortoli, che introduce, sulla questione liberalizzazioni, un elenco di “giusto ma, però”. Al Sole erano rimasti un po’ disorientati dalle numerose pressioni esercitate dagli ordini professionali che con i loro abbonamenti, rappresentano per il quotidiano confindustriale circa il 40 per cento delle copie vendute, cioè oltre 150.000 copie giornaliere.
Diverso il caso del Corriere della Sera. Tre giorni fa, l’editoriale di Pietro Ichino in prima pagina ha scatenato l’ira degli avvocati. Argomentava Ichino: “Strano sciopero, questo degli avvocati. Uno sciopero che non produce perdite per chi lo pratica e neppure per il suo datore di lavoro ma fa danno soltanto a soggetti terzi”. Per capirci, uno sciopero della fame che si interrompe all’ora di pranzo. Gli avvocati, sempre attenti alla stampa, hanno letto e si sono arrabbiati. Via Solferino è stata letteralmente tempestata di telefonate e di lettere di legali, fuori di sé per la posizione di Ichino. Si è mossa anche il presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura italiana, Michelina Grillo: “A favore del decreto Bersani – ha scritto al Corriere – si sono schierati famosi cattedratici, che ne hanno illustrato i miracolosi effetti. A fianco della potente lobby degli avvocati, invece, c’è un silenzio assordante”.
Il Corriere della Sera ha resistito, e nella rubrica “Interventi e Repliche” ha provato a far emergere la linea del dissenso tra gli avvocati pubblicando, ieri, una lettera del signor Marcello Mustilli, legale in Rima, il quale sottoscrive “ogni parola di Pietro Ichino”, lamentandosi “che sul giornale finisce solo chi fa gli scioperi”. Niente da fare: dopo l’uscita della lettera del dissidente, i centralini sono stati ingolfati dalle telefonate di protesta, naturalmente degli avvocati. In Italia va così, togli una virgola e gridano alla rivoluzione.
Nella speranza che la politica regga l’urto delle corporazioni, anche la stampa può organizzare una resistenza attiva. Forse bisognerebbe seguire un lontano esempio del Wall Street Journal, un caso che viene insegnato nelle scuole di giornalismo anche da noi. Eccolo: anni fa capitò che la General Motors, la prima casa automobilistica del mondo, non gradisse alcuni servizi apparsi sul foglio economico americano, non parlavano bene dell’azienda. Per rappresaglia, nel giro di pochi giorni, i dirigenti della Gm revocarono tutte le inserzioni pubblicitarie dal WSJ. Il giornale non si lasciò intimidire e spedì a Detroit, sede della General Motors, i migliori cronisti investigativi che cominciarono a indagare sul gigante dell’auto, spulciando il lavoro svolto dalla casa automobilistica. Inchieste quotidiane venivano pubblicate sul WSJ con disastrosi ritorni d’immagine per la Gm. Poche settimane dopo la General Motors ricomprò gli spazi pubblicitari sul giornale. Gli avvocati e i tassisti sono avvertiti: non vadano a Detroit.»


L’articolo in questione mi ispira due considerazioni:
1 – i farmacisti non si fanno sentire: non ingolfano i centralini dei giornali, non scrivono lettere di protesta, non sospendono l’acquisto dei giornali che pubblicano articoli non graditi;
2 – il giornale (che, ricordo, tra i proprietari annovera la seconda moglie di Silvio Berlusconi) manda a dire (ad avvocati, farmacisti, notai, tassisti) di non rompere, pena la pubblicazione di inchieste quotidiane, con disastrosi ritorni d’immagine.

Chiudo con due domande, ai colleghi e a chi rappresenta la categoria: siamo proprio sicuri che la scelta di subire in silenzio, subire sempre, sia la scelta migliore? Non abbiamo strumenti di risposta?

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